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Una attenta riflessione
Sono fatti di cronaca quelli a cui, in questo breve articolo, facciamo riferimento. Fatti di cronaca che forse non meriterebbero neppure di essere ricordati, ma il loro contenuto e i personaggi che li hanno determinati sono di tale rilevanza da ritenere, anche da parte nostra, una, pur modesta, riflessione. Questi i fatti: All’inaugurazione di una scuola in provincia di Treviso è stato suonato non l’Inno Nazionale “Fratelli d’Italia”, ma il “Va pensiero” di G. Verdi. Alla cerimonia era presente il presidente della Regione Luca Zaia esponente di primo piano della Lega Nord, partito che già in altre occasioni aveva mostrato di non condividere il valore simbolico del nostro Inno, ma anche di non dimostrare particolare sensibilità per le cerimonie che rievocano momenti significativi della nostra storia nazionale. Tutti i mezzi di informazione infatti hanno notato come il 2 giugno, ricorrenza della Festa della Repubblica, i più importanti esponenti di questo partito avevano disertato la Parata di Roma alla presenza del Capo dello Stato; si è letto anche che il Ministro Maroni aveva fatto eseguire durante una cerimonia ufficiale una nota canzone degli anni ‘60 al posto dell’Inno di Mameli.
Sempre dai giornali apprendiamo che il ministro della Difesa Ignazio La Russa, in considerazione di questi fatti, abbia dichiarato di voler far approvare una legge che renda obbligatorio l’Inno di Mameli nelle celebrazioni ufficiali, e che un altro ministro, Andrea Ronchi, abbia considerato il fatto di Treviso un “oltraggio alla Nazione”.
Dal dopoguerra in poi e soprattutto dalla proclamazione della Repubblica e dalla promulgazione della Costituzione, il nostro Paese, a causa anche di una forte connotazione ideologica che ha caratterizzato gli eventi politici fino agli anni ’90 del secolo scorso, ha vissuto momenti conflittuali rilevanti, a tal punto da dover affrontare un fenomeno nuovo e tragico quale è stato quello del terrorismo. Quando però le circostanze imponevano cerimonie celebrative che richiedessero la presenza delle Istituzioni, sia che esse si svolgessero nel più sperduto borgo alpino che nelle grandi metropoli e indipendentemente dal colore politico di chi le Istituzioni rappresentava in quella circostanza, l’Inno Nazionale doverosamente introduceva la cerimonia, quasi monito per tutti che l’Italia, nonostante i suoi mille campanili, è una.
Se poi ricordiamo le esperienze fatte all’estero a contatto dei nostri emigrati, non possiamo non considerare come in ogni occasione quelle note e quelle parole, anche se non tutte di agevole comprensione, riempivano i presenti di gioia e di emozione e li facevano sentire figli di una madre terra lontana.
Le diversità di posizioni politiche fanno parte della eterogeneità del pensiero e sono tutte da considerare legittime e sostenibili da coloro che ad esse, per proprie valutazioni, si sentono vicini. Quello che appare non sostenibile e quindi da denunciare è che vi siano comportamenti irrispettosi di quei valori nazionali per i quali ieri come oggi tanti giovani hanno dato e danno la propria vita.
Se si deve arrivare ad una legge per rendere obbligatorio l’Inno di Mameli, evidentemente la situazione dell’identità nazionale è in crisi e non da oggi.
Forse occorreva accorgercene prima e valutare per tempo quali sarebbero potuti essere gli effetti di alcune esibizioni considerate solo folklore.
Credo che nessuno, ma non da oggi, ritiene che il centralismo possa essere la forma di un governo moderno e attento alle così diverse realtà di un Paese come il nostro. Ma se il decentramento o, se si vuole, il federalismo lo si intende rappresentare anche stracciando il Tricolore, ignorando gli eventi del Risorgimento che portarono 150 anni fa all’Unità d’Italia o a sostituire con canzonette l’Inno nazionale, forse è proprio necessario una attenta riflessione, ma del popolo tutto.
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