Il bene comune

Inizia un nuovo anno ed è naturale che, almeno in queste circostanza, prevalga la speranza che le cose vadano meglio rispetto a quello trascorso, ma anche alle non positive previsioni che si fanno.
Se si tiene conto, e sarebbe un errore non farlo, degli indicatori macroeconomici che gli istituti e le Organizzazioni più prestigiose come la Banca d’Italia, il Fondo Monetario, l’OCSE, l’Istat  ed altri ancora in questi giorni hanno posto all’attenzione dei Governi e di ognuno di noi, certo è difficile essere ottimisti .
Tali indicatori ci dicono che la recessione è inevitabile e questo significa un calo della produzione con tasso negativo della crescita e nel contempo un aumento dell’inflazione con conseguente perdita del potere di acquisto  del denaro e aumento dei prezzi.
Queste le analisi della situazione, la diagnosi cioè del nostro Paese che è ancora febbricitante nonostante la cura pesante del decreto “Salva Italia” approvato dal Parlamento prima di Natale.
Alla diagnosi però deve seguire la terapia, cioè devono essere definite, per rimanere nell’immagine del malato, le cure più appropriate per recuperare vigore nella crescita e dare fiducia ai mercati e a chi deve investire.
Il Governo Monti si sta preparando a definire un altro pacchetto di norme che col titolo “CrescItalia” devono far ripartire la produzione, contenere la disoccupazione,  accentuare la competitività, acquisire credibilità in Europa e quindi verso gli investitori sia all’interno che esteri.
Resta però la preoccupazione che, nonostante la accurata ricerca delle cause che alla crisi ci hanno portato, prima fra tutte il debito pubblico accumulato negli anni, nonostante i notevoli tagli effettuati e previsti nelle spese, tra cui il doloroso intervento sulle pensioni, e nonostante le meditate ed adeguate iniziative da avviare per la crescita, non vi sia certezza di una inversione di tendenza che faccia, nel breve tempo, intravvedere l’uscita dalla crisi e quindi un ripresa della crescita del Prodotto Interno Lordo.
Gli analisti infatti osservano che da questa situazione si può uscire solo se l’Unione Europea riesce a modificare la sua organizzazione comunitaria facendo un salto di qualità nella gestione dei bilanci dei singoli Stati mettendo in atto una politica economica vincolante che impedisca profonde disparità nelle spese e responsabilizzi ogni Paese membro nella gestione delle proprie risorse.
Da noi, e forse anche altrove, questo criterio non sempre è stato rispettato; motivi elettorali e legami alle lobby hanno impedito, soprattutto dagli ’80 in poi, una politica di rigore e le conseguenze oggi sono di una tale gravità da portarci, come in tanti hanno detto, sull’orlo di un baratro economico, sociale e politico.
Quanto accaduto ci aiuta a capire che non è sufficiente l’unità monetaria per metter l’Europa al riparo di circostanze critiche come quella attuale, è invece da completare il percorso unitario con una politica economica che, per il bene di tutti, sottragga quell’autonomia di cui finora gli Stati hanno goduto e che non tutti, tra cui il nostro Paese, hanno utilizzato con responsabilità.
Ora gli impegni del Governo e le decisioni del Parlamento ci rendono più credibili in Europa, ma l’Europa deve prendere coscienza che “il problema che oggi vivono i mercati è – come ha detto il presidente Monti nel corso della Conferenza stampa di fine anno - un problema di carattere europeo, cui bisogna dare una risposta comune.”
La speranza, che diventa anche un augurio, è che, messi da parte per un momento gli interessi di bottega a cui sono particolarmente sensibili tutti i partiti, ci si ponga come obiettivo il bene comune, così come auspicato dallo stesso Presidente del Consiglio, secondo cui: "Solo restando uniti, lavorando insieme e perseguendo obiettivi comuni, potremo cancellare i pregiudizi sbagliati che l'Europa e il resto del mondo si sono  fatti sull'Italia".

 
   
     
 
       
 
 

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